L'inesplorata fotografia a colori di Vivian Maier

L’inesplorata fotografia a colori di Vivian Maier

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Da settimane non si parla d’altro. Vivian Maier, la fotografa bambinaia divenuta famosa per le sue immagini scovate da John Maloof in un box nel 2007, ci viene mostrata in una nuova veste a Milano – presso gli spazi della Fondazione Meravigli. Tra le urla di gioia dei propri adoratori – sempre pronti a difenderla e lodarla – si erige un’altra fetta di persone, che sembra non essere pronta ad accogliere questa nuova figura troppo diversa dalla fotografa che hanno conosciuto in passato. Quale sarà la verità?

Il cammino catartico di Vivian Maier verso il colore

Ormai è difficile trovare al mondo una persona appassionata di fotografia che non conosca Vivian Maier. Vi sfido davvero a scovarla. La fotografa americana si è fatta degnamente spazio nell’enorme mondo della fotografia autoriale, proponendoci, tra le sue tante visioni, una documentazione accurata, passionale e diretta della quotidianità nelle strade newyorkesi.

Siamo cresciuti osservando e analizzando le sue immagini; i suoi autoritratti, oggi tanto replicati e omaggiati, e il suo iconico approccio fotografico – fatto di primi piani e punti di vista originali. Da sempre caratterizzata da uno stile unico, basato sull’utilizzo di una fotocamera medioformato e pellicole in bianco e nero, la fotografa, ci stravolge ancora una volta, con le sue immagini a colori. Si, Vivian Maier a colori. Avete letto bene!

Anche lei, circa alla fine degli anni ’70, nel periodo sicuramente più povero della sua vita, è passata dal suo amato bianco e nero al colore. Il motivo della sua scelta rimane ancora oscuro. Il costo minore delle pellicole, o semplicemente un cambiamento di gusto in termini di resa o ricerca, sembrano essere le motivazioni più plausibili. Quello che è certo, è che abbiamo scoperto nell’ultimo periodo, una Vivian Maier che non ci aspettavamo di vedere.



Maggiore attenzione alla luce, un occhio più ironico ed irriverente nei confronti della scena fotografata e un amore verso gli oggetti o elementi che si ricollegano alla vita delle classi medio-alte della società americana – al contrario delle sue opere in bianco e nero, maggiormente caratterizzate, dalla presenza di soggetti dei sobborghi.

Manca però qualcosa. Manca soprattutto quell’energia che sembra sprizzare nelle immagini del passato. Ed è qui che si muovono le prime critiche in tal senso: sarà solo una scelta di marketing per spolpare fino al midollo la povera ed indifesa Vivian Maier? Oppure un modo in più per conoscerla ed apprezzarla? Basti pensare che queste fotografie sono in giro già da anni, ma solo ora sono state prese di mira al fine della costruzione di mostre e libri fotografici.

Insomma, il mercato dell’arte è sempre in grosso fermento però – fatemelo dire con grande franchezza – finché tira fuori perle come queste, rimane tutto ancora accettabile. Non ci resta quindi che andare a vedere le fotografie della Maier in mostra a Milano e trarre da soli le nostre conclusioni.

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