Chi, di fronte alla fotografia di un grande autore, non si è sentito, anche solo per pochi istanti, piccolo piccolo, davanti a quella che è una dimostrazione esemplare di come la macchina fotografica, nelle mani giuste, possa fare dei veri miracoli.

Questa percezione, che io chiamo dell'allievo a confronto con il maestro, è una narrazione, che ammetto essere, particolarmente romantica. Vediamo nei miti del passato un punto di riferimento e un obiettivo irraggiungibile, come se la loro fotografia fosse perfetta, e tutte le altre, delle mediocri imitazioni.

Idolatrare certe figure fa parte della nostra storia umana. È normale. Nel campo della fotografia e dell'arte può però facilmente trasformarsi in un elevare ad entità soprannaturali personaggi che, oltre al talento, mettono dentro le proprie opere qualcosa di più profondamente umano: esperienze e valori che li rendono tali.

Il rischio, per chi si ferma all'idolo, è di continuare a credere nell'infallibilità dei propri miti, smettendo così di investire nel proprio percorso e dimenticandosi, troppo presto, di una consapevolezza che da sempre rende l'arte uno dei motori principali della crescita collettiva: i grandi del passato, come noi, sono esseri umani. Ergo, sbagliano e sperimentano sul campo quanto noi (se non di più!).

Cosa fare, quindi, per evitare di incappare in questo vicolo cieco?

Informarsi, partendo da quelli che sono, ad oggi, i contenitori che svelano la vera natura di questi falsi miti: le biografie. O, se preferisci, i libri che parlano di loro.

Ed è qui che Magnum Photos, storica agenzia fotografica con sede a New York, ci offre la sua personalissima cura a questa spiacevole sindrome dell'allievo. Un libro, dalle fattezze colossali, intitolato: "Magnum: la scelta della foto".

Un libro sul passato, il presente e il futuro della Magnum Photos

Magnum: la scelta della foto, pubblicato in una prima edizione da Thames&Hudson nel 2011, e poi da Contrasto nel 2017 (in lingua italiana), è un volume da pesi massimi. In circa 500 pagine, disposte in ordine cronologico, Kristen Lubben, la curatrice del volume, ci offre uno sguardo inedito ed approfondito su alcune delle più belle fotografie scattate dai membri dell'agenzia.

↑ Un esempio di provino a contatto (di © Henri Cartier-Bresson) ↑

Si parte dalla Siviglia di Henri Cartier-Bresson (1933), qui sopra riportata nella sua fase di selezione iniziale, fino ad arrivare ai ritratti vernacolari di Jim Goldberg (2010), approdato alla Magnum Photos solo negli ultimi decenni (2002).

Magnum: la scelta della foto non è una guida, né una collezione di fotografie come tante. Kristen Lubben sceglie di ripercorrere le carriere dei grandi dell'agenzia mostrandoci quello che i fotografi non vorrebbero mai esporre al pubblico ludibrio: i numerosi tentativi che precedono l'ottenimento dell'immagine finale. Non lo fa, come potremmo facilmente pensare, tramite le testimonianze dei loro autori (che sono comunque presenti nel libro), ma attraverso uno strumento, molto affascinante, e che al sol nominarlo farà sicuramente incuriosire molti di voi.

In poche parole, Kristen ci mostra, e racconta, i loro provini a contatto.

Provino a contatto?

I provini a contatto non sono proprio un oggetto all'ultimo grido. Forse, anzi, probabilmente, molti di voi non sapranno neanche cosa sono, il che rende necessaria una breve digressione, prima di parlarti d'altro. Sarò breve, promesso.

I provini a contatto sono dei fogli di stampa ottenuti direttamente dal contatto del negativo con il foglio fotografico (da qui il nome, contact sheet). In camera oscura, il negativo viene riposto sopra al foglio di carta sensibile (qui un video che lo spiega bene) in modo tale da impressionarlo e poi svilupparlo su carta. Le immagini disposte sulla pagina hanno la stessa dimensione del negativo e quindi è possibile raccogliere più fotografie insieme per risparmiare tempo e denaro.

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Questa procedura, tutt’ora utilizzata da chi scatta in analogico, serve a controllare attentamente le fotografie prima di arrivare alla stampa finale. Il fotografo, munito di una lente di ingrandimento speciale, cerca nel gruppo - come un chirurgo - le imperfezioni e i pezzi da novanta; segna, grossolanamente, con un pennarello di vario colore, le fotografie da sviluppare singolarmente; riporta, ben visibili ai margini del fotogramma, le varie informazioni utili per risolvere al meglio ogni magagna in camera oscura. Lavora, insomma, su quella che è la bozza della sua prima impressione: gli errori, i tesori e le migliorie dell'intero processo fotografico.

Gia solo da qui puoi intuire perché Kristen Lubben abbia scelto proprio loro.

Metaforicamente parlando, è come se il fotografo si mostrasse nudo in pubblico: vediamo come si è mosso sul campo, cosa lo ha colpito di più e quali immagini ha scelto dalla pila. Il che, capisci bene, è come rivelare ad uno sconosciuto una parte di se stessi normalmente taciuta, un'avventura che non tutti sono disposti ad affrontare, proprio perché si rendono pubbliche le proprie imperfezioni ed errori.

Per paragonarlo al digitale, è come mostrare i tuoi file RAW nella loro interezza. Ma tipo tutti, senza una selezione e senza una post-produzione veloce. Una cosa che se facessi io mi metterebbe molta ansia addosso, pensa te a quelli che, il talento, lo hanno davvero, e devono proteggere la loro aurea di autori riconosciuti.

Questo libro, insomma, ci fa entrare dentro la testa dei nostri beniamini, in un modo che, le sole parole ed immagini, non sarebbero in grado di fare a pieno*.

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Non a caso, adoriamo le biografie e le raccolte di appunti. Lì sappiamo di poter scovare la reale personalità dei nostri autori preferiti.

La scelta dell'immagine giusta

Ma ora torniamo al libro e alla sua struttura.

La formula trovata da Kristen Lubben è fantastica. La curatrice mette a disposizione di ogni fotografo più di una pagina, dandoci modo così di poter godere a pieno della loro fotografia e dei provini a contatto che la precedono. Se già questo non bastasse a rendere il libro speciale, Kristen aggiunge, in tutti i capitoli, un testo e dei documenti che ci rivelano lo scenario storico in cui si è mosso il fotografo e il perché, tra tutte le fotografie, ha scelto proprio "quella".

Scorrendo le pagine, abbiamo infatti la sensazione di trovarci insieme ai fotografi nel momento propizio. Seguiamo, passo passo, i loro movimenti sul campo ed individuiamo, insieme, quali inquadrature catturino maggiormente le attenzioni.

La scelta di "quella fotografia", a volte, è questione di puro gusto personale, altre volte, invece, obbligata dal contesto in cui il fotografo si è trovato a girovagare.

Si instaura così, in questa lettura a posteriori, un bel gioco, che ci vede a volte d'accordo con le scelte dei fotografi (succede spesso), ed altre invece desiderosi di essere fisicamente lì in camera oscura col loro per dirgli che "l'immagine sulla destra, quella in fondo, non era poi così tanto male, l'avrei vista bene nel mio salotto, vicina al vaso di petunie". Questo dialogo a tu per tu con i fotografi si ripete di capitolo in capitolo, mostrandoci le indecisioni di chi sta dietro l'obiettivo ma anche le abilità e virtù che solo i grandi della fotografia riescono a manifestare.

Quest'immagine di Martin Luther King, realizzata da Leornard Freed nel 1964, anno in cui i movimenti civili erano in fermento, ne è una chiara dimostrazione.

Pochi sanno che questa fotografia è frutto di una grande acutezza del fotografo. Leonard era appostato, da ore, nel luogo in cui l'attivista, al seguito della nomination per il Premio Nobel, sarebbe passato per salutare la sua gente.

Dal provino possiamo notare il gesto atletico che porta il fotografo a cambiare, repentinamente, il punto di vista: dal muso della macchina decappottabile alla sua parte posteriore. Al contrario dei colleghi, Leonard Freed è interessato alle persone e come tale cerca di rimanere il più possibile a contatto con loro.

Non gli interessa l'icona - King - ma quello che la gente pensa di lui.

È così che fiuta proprio lì, dove la folla si era riunita per porgere la mano al Dr. King, una possibile storia da raccontare, un'immagine simbolo della battaglia afroamericana nel territorio occidentale. La fotografia, come vedi anche tu, è pazzesca, esprime sensazioni positive e l'importanza della figura del Dr. King.

Questa storia Leonard la racconta spesso nelle sue interviste, ma vista con i nostri occhi, nei suoi provini a contatto, rilascia in noi sensazioni diverse, robe di inestimabile bellezza che le parole fanno fatica ad esprimere sulla carta stampata.

Lui è un'icona, la gente vuole toccarlo, non è più un essere umano, è completamente circondato da braccia, è protetto. Ero più interessato alla gente, alle loro mani, che a Martin Luther King - Leonard Freed

Altre storie, come quella di Leonard, riempiono l'intero libro, definendo una storiografia dell'agenzia che si alimenta più con le immagini che con le parole.

Un enorme workshop su carta che ci aiuta a capire cosa voglia dire sintetizzare un evento storico e farlo, usando le parole di Freed, con l'intento di «mostrare la personalità del fotografo, del luogo e del soggetto in una sola singola immagine».

Magnum: la scelta della foto è così un volume mastodontico, nel prezzo, nel peso e soprattutto nelle intenzioni. Grazie a lui ho svelato i misteri di molte fotografie e conosciuto, in maniera approfondita, alcuni miti del mio percorso.

Ma, più di ogni altra cosa, mi ha fatto ragionare sul come "il momento decisivo", nella sua forma idilliaca, non esista, che sia solo frutto di una leggenda a cui ci appelliamo quando non riusciamo ad ottenere l'immagine che vorremmo. Questi provini ci dimostrano che non esiste la perfezione, il successo al primo colpo, e che tutti, anche i più grandi, guardano molto, prima di arrivare alla fotografia icona.

Non è sempre tutta questione di fortuna, e se dei fogli di carta stampata ci permettono di capirlo, non posso che dare a questo volume il massimo dei voti.

Insomma, un libro da avere e sfogliare nella sua interezza.

Se lo trovi in giro (anche in inglese), prendilo: questo è un pezzo da collezione.

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